 | | Launeddas: strumento musicale millenario. |
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Cagliari, 12/12/2000
L’Associazione S’iscandula ha realizzato una rassegna, dal titolo Launeddas 2000, che ha organizzato una mostra di strumenti musicali, tre serate di concerti di musica sarda, una sperimentazione di un danese con la musica tradizionale dell’isola, ed infine il convegno che si è svolto oggi al Lazzaretto di Sant’Elia e che ha raccolto attorno a vari relatori numerosi insegnanti, giovani ed interessati in genere.S’iscandula e’ nata come gruppo di amici nel 1977, ed e’ poi maturata in associazione nel 1985: e’ sensibile alla musica sarda e soprattutto al suo insegnamento. Per questo ha organizzato nelle scuole vari corsi e seminari, promuovendo un’attivita’ didattica di non facile realizzazione. Insegnare la musica a chi musica non ne ha mai studiata e’ infatti un’impresa piuttosto complessa. Eppure chi c’e’ riuscito, garantisce che sia una esperienza meravigliosa. Giuseppe Orru’, docente di educazione musicale nelle scuole medie inferiori, riesce a commuovere l’uditorio mostrando delle stupende launeddas costruite dai suoi alunni di dodici anni, certo di materiali non pregiati, ma dal punto di vista della tecnica di fabbricazione indubbiamente superiori a tutte quelle che possiamo trovare in vendita nei negozi di souvenirs. Francesco Casula, che coordina i lavori, un insegnante cagliaritano che si interessa di storia e di lingua sarda, e che fa parte dell’Osservatorio Regionale di Cultura e Lingua Sarda, loda l’iniziativa del maestro di musica, e si dichiara profondamente convinto del fatto che ci siano oggi le condizioni favorevoli per introdurre a scuola lo specifico sardo della cultura. C’e’ infatti una legge regionale e una nazionale che pur non essendo attuativa favorisce la 382 per il riconoscimento del sardo come lingua minoritaria. E poi c’e’ l’autonomia scolastica-didattico-amministrativa, e quindi il 15% delle ore curricolari si possono dedicare a materie diverse la quelle ministeriali. “E quanto fa il 15% di ciascun docente moltiplicato per tutti i docenti di un istituto? – si domanda Francesco Casula -. “Fa tantissime ore. E questo dato e’ da solo gia’ sufficiente per poter far entrare in modo organico nella scuola la cultura sarda, e quindi ovviamente la musica”. Anche perche’, e’ evidente, con gli attuali moduli didattici che operano sulla base dell’integrazione dei saperi, una lezione di musica etnica puo’ essere allo stesso tempo una lezione di educazione tecnica, e magari di storia sarda, e di storia della cultura. Interviene poi Gian Piero Liori, Segretario dell’Irrsae Sardegna, che racconta la sua esperienza cominciata nel 1985, allorquando era preside di una piccola scuola dell’interno. Ma ancor prima di cominciare, vuole precisare quale sia la sua prima convinzione: quella che la scuola deve essere connessa alla vita quotidiana. Questo e’ il legame dal quale non si puo’ prescindere, quello dal quale devono derivare le varie iniziative: prima fra tutte quella a vantaggio della musica, che nel mondo in cui viviamo, fatto di linguaggi non verbali, non puo’ non essere insegnata. “Bisogna dare ai ragazzi la capacita’ di decodificare un messaggio, di sapere che la colonna sonora di quella pubblicita’ in realta’ non l’ha inventata quella data casa che sta lanciando il suo messaggio promozionale”. “I programmi della scuola parlano chiaramente della maturazione espressiva del cittadino, quindi della sua possibilita’ di comunicare. Ed e’ questo che la scuola deve dare, promuovendo quindi delle attivita’ al passo coi tempi, come l’educazione all’immagine o quella musicale”. Ed ancora suggerisce Liori: “Bisogna, ed una volta per tutte, liberarci dalle opinioni degli scettici, ossia di tutti coloro (e ci sono insegnanti e genitori che ancora purtroppo ne sono convinti) che reputano queste attivita’ come giochi, come non scuola, come non importanti ai fini della preparazione dell’alunno, non sapendo che il segreto della formazione sta tutto nell’interdisciplinarieta’, nello studio dei vari tipi di linguaggio, che sono quelli verbali come quelli non verbali; linguaggi di cui e’ intriso il mondo e per la comprensione dei quali e’ indispensabile che sia la scuola a fornire gli strumenti agli alunni. Ed a questo punto interviene l’ispettore del Ministero della Pubblica Istruzione, il Dott. Pier Paolo Rosati, che promette di apportare delle annotazioni a margine del discorso di Liori, ma che in realta’ ci rapisce con la sua relazione che sa essere tecnica ed informativa e che al contempo non manca di precisazioni di carattere artistico e sentimentale. Anche lui sollecita ad una forte determinazione da parte dei docenti perche’ ritiene che sia questo un momento molto opportuno: e’ il fermento innovativo della scuola, e’ il riordino dei cicli che determinano i nuovi assetti, si e’ sul punto di scrivere i programmi scolastici moderni e psicopedagogici. Ed il principio che non si deve perdere di vista e’ che deve esserci spazio anche per la musica. “Perche’ in primo luogo sono i giovani che lo chiedono”, spiega l’Ispettore, “i giovani che vanno in discoteca, che ascoltano musica in ogni momento, che maneggiano stereo e radio. E se la scuola non guarda al vissuto, rischia di staccarsi dalla vita. Lo dice anche la psicopedagogia: esiste un bambino visivo, uno uditivo ed uno manipolativo. Se non inseriamo la musica avremo formato degli individui imperfetti”. E Rosati vuole fare a questo punto un’importante precisazione: ossia e’ bene che si tratti non solo di musica codificata, ma anche di musica tradizionale, o come preferisce chiamarla, di musica etnica. E rivolge delle domande a tutti i presenti: “Siamo in grado di cogliere tale opportunita’?”, “Siamo in grado di appartenere ad una cultura locale?”, “Abbiamo la coscienza della identita’ o l’abbiamo perduta?”. E’ chiaramente un appello alla coscienza quello di Rosati uomo ancor prima che ispettore. E questo problema non si risolve in astratto. Deve passare per le coscienze individuali, e cioe’ ciascuno deve misurare la sua intima disponibilita’. Perche’ e’ indispensabile che, senza alcun pregiudizio, il patrimonio etnico sia introdotto nella scuola. La musica etnica non deve essere confinata nelle sagre paesane. Perche’ nella musica popolare e tradizionale non c’e’ niente di riduttivo, ma al contrario c’e’ un valore da tramandare. ”E’ opportuno, allora” – suggerisce – “strutturare un progetto pedagogico integrato secondo due direttrici di ricostruzione: una volta alla cultura della modernita’ ed una volta invece al ripensamento conoscitivo del passato e della tradizione. E non ci sara’ rischio alcuno di passatismo, perche’ tutto sta nel come si contestualizzano le cose”. E ne da subito un intelligentissimo esempio: prova a inquadrare la musica etnica in una categoria piu’ ampia, ed ecco, come per magia, assemblate sotto la categoria di “improvvisazione”. La musica etnica, quella jazz e quella classica. Come volevasi dimostrare: la musica popolare puo’ disporci a comprendere meglio il passato, il presente, e perche’ non, anche il futuro. Elenco di link utili per un approfondimento sulla musica sarda: clicca qui! clicca qui! e anche qui! ed anche qui! e ancora clicca qui! e infine qui!
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